BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Martedì, 08 Febbraio 2011 18:38

Lisetta Carmi - Un'anima in cammino

 

Chi è Lisetta Carmi? Fotografa, pianista, donna in cammino, memoria storica? Si è anche questo, ma c’è di più; quel quid misterioso, unico e irripetibile che le parole stentano a comunicare e invece le immagini, quando oneste, riescono a raccontare.Buona la fotografia e il montaggio, ancor meglio la regia. Segre ce l’ha fatta a raccontare l’anima di Lisetta. Film ben scritto e realizzato, biografia vista dall’alto tutt’insieme, che nell’emanciparsi dalla successione cronologica va rapido e congruo alla vocazione del personaggio protagonista, al suo demone. Il filo rosso delle sue “vite” affiora dall’eterogeneo e armonizza contrasti d’immagini e suoni. Il film perde forza nell’ultima parte, quella che rendiconta e testimonia l’esperienza spirituale di Lisetta, il suo incontro con la mistica indiana e la costruzione dell'Ashram di Cisternino in Puglia, dove risiede. Lì si avverte uno scostamento, il percorso del personaggio sembra collassare, inciampare, smarrirsi. Mistica esotica, campanelle che suonano petulanti nel tempio appaiono banali; altra qualità, altro spessore rispetto alla prima parte del film. Difficile valutare se l’incongruenza sia ingrediente del percorso esistenziale della protagonista, o momento di debolezza nella narrazione filmica.il DVD è acquistabile on-line nel sito ufficiale di Daniele Segre:www.danielesegre.itLisetta Carmi - Un'anima in cammino Un film di Daniele Segre. Con Lisetta Carmi Documentario, durata 54 min. - Italia 2010.   

 

 

Pubblicato in Recensioni

 

Tesi: la magistratura non salva l’’uomo, lo salva invece quella politica che, nonostante l’immoralità dei suoi esponenti, espande la Chiesa, quindi Cristo unico Salvatore, nella società. Conseguenti indicazioni metodologiche: siccome Berlusconi sostiene la dottrina sociale della Chiesa,  per emanciparci dallo sgomento che ci procura la sua immoralità occorre sostenerlo.Non è uno scherzo, ma la posizione di Comunione e Liberazione sull’attuale momento politico italiano. Un paciugo incomprensibile e ambiguo di escatologia e cronaca malamente messi insieme che, nell’equivocare i livelli, sfugge alla realtà. Arrivano loro per proporre un approccio “alto” alla politica. Pontificano ieratici sofismi assurdi, anestetizzano lo sgomento di Bagnasco (peraltro intervento di per sé tiepido) e fanno intendere che la posizione della CEI non si riferisce a Berlusconi, ma alla condizione umana fin dalle origini del mondo, un mero giudizio alla primigenia fragilità di noi uomini in generale, così glissano su nomi e cognomi e circostanze note per parlare di salvezza, libertà, di un qualcosa infinitamente più grande della miseria umana. Come permettere a questa avvenimento divino, risolutivo della condizione umana, di agire? Come far sì che Cristo salvi la politica? Dando sostegno e spazio a questo governo.Segue l’articolo.Tracce 31/01/2011Chi salva la politica?«Sgomento»: si parte da qui, dal «primo effetto che ha su di noi questa valanga di fango e di caos». Anticipiamo da Tracce di febbraio un commento sulle vicende italiane dell'ultimo periodo«Sgomento». Ha usato questo termine, il cardinale Angelo Bagnasco, per accennare ai fatti che occupano le prime pagine da giorni. È una parola vera. Basta guardarci, per accorgersene. Sorprendere il primo effetto che ha su di noi questa valanga di fango e di caos.Prima della repulsione di fronte allo squallore che viene a galla. Prima della ribellione per una battaglia politica fatta via inchieste e provvedimenti giudiziari, che sta mettendo a rischio il bene di tutti. Forse addirittura prima della rabbia e della pena per un Paese che avrebbe bisogno di tutt’altro e si ritrova impantanato tra bungabunga ed annizero. Prima di tutto questo, o comunque dentro tutto questo, se siamo leali il contraccolpo ha davvero quel nome: sgomento. Ovvero, malessere. Disagio. Per un modo di trattare cose e persone triste di suo, e reso ancora più amaro se accompagnato dall’illusione di potere tutto, anche sfuggire al tempo. Per la menzogna di chi si aspetta che «a cambiarci la vita» sia qualche busta piena di euro, intascati magari dando in cambio te stessa o spingendo tua figlia a sgomitare per farlo. E anche per come si usa di tutto ciò per attaccare un avversario che non si è riusciti a buttar giù a forza di voti ed elezioni. Sesso, soldi e politica. «Lussuria, Usura e Potere», come diceva Eliot. In fondo, la vicenda è sempre lì. Le tentazioni eterne, di sempre e per tutti.Certo, sulle inchieste serve chiarezza. Se c’è ipotesi di reato (reato, non peccato: quello, fino a prova contraria, non riguarda i pm), si indaghi, e in fretta. Così come è urgente che ognuno torni a fare il suo mestiere, che politici, giudici e media si rimettano al servizio del bene comune - vocazione che in gran parte stanno smarrendo - anziché «tendersi tranelli», come ricordava il cardinale Bagnasco, aggiungendo che «dalla situazione presente nessuno ricaverà motivo per rallegrarsi né per ritenersi vincitore». Ma non perdiamo l’occasione per prendere sul serio quel contraccolpo iniziale, quel turbamento. Non spostiamoci - o non lasciamoci spostare - sulla sempiterna “questione morale”, sull’incoerenza, sulla debolezza umana. Fatti serissimi, di cui tenere conto, ma che arrivano dopo, perché in fondo lo sappiamo che è difficile mettersi nei panni di chi scaglia per primo la pietra. Un istante prima, invece, c’è quel disagio, quell’inquietudine profonda. Che, se viene presa sul serio, porta a una domanda: ma chi può salvarci da questo? Chi può tirarci fuori da un modo così avvilente di trattare se stessi e gli altri? C’è qualcosa che possa riempire la vita più di sesso, soldi e potere o tutto ciò a cui possiamo ridurre il nostro desiderio di felicità? Qualcuno capace di attirare tutto di noi a sé, perché - finalmente - basta al nostro cuore? Chi può salvare l’umanità di Berlusconi, di chi gli gira intorno, di chi gli dà addosso - e mia, qui e ora? La salvezza, la pienezza dell’umano, non verrà dalla politica, se mai ci fosse stato bisogno di conferme. Né dai giudici. Ma da chi, allora?Qui lancia la sua sfida il cristianesimo. Qui, ancora una volta, ci provoca fino in fondo Cristo. L’Unico che ha la pretesa di rispondere al nostro bisogno di felicità. L’Unico che può generare una morale, cioè salvare l’umano: sfidarlo con un fascino più potente del resto - di tutto - e attrarlo a Sé, fino a cambiarlo. Perché è l’Unico che gli riempie il cuore.Ma qui si capisce anche il realismo dei criteri che la Chiesa ha sempre usato per giudicare la politica e i politici: il bene comune, appunto, e la libertas Ecclesiae, prima e più della coerenza e dell’ineccepibilità morale del singolo. Sembrano non c’entrare nulla. Invece entrano nel merito fino in fondo. Perché se è solo Cristo che salva l’umano, salvaguardare la Sua presenza nella storia - la Chiesa - vuol dire lasciarGli spazio nel mondo, qui e ora. Vuol dire aprirsi alla possibilità che potenti e soubrette, magistrati e giornalisti (e noi, con loro) incontrino qualcosa per cui vale la pena vivere, e cambiare.È questo che chiediamo alla politica. Non la salvezza, ma che lasci spazi di libertà a questo luogo che salva anche la politica, perché rende presente nel mondo qualcosa che non ha paragone con Usura, Lussuria e Potere. Qualcosa di infinitamente più grande. Qualcuno di vero.

Pubblicato in Sacro&Profano
Mercoledì, 02 Febbraio 2011 18:40

Creatore

 

Non so se ho un Creatore, ma anche senza risposta continuo ad essere. Non so cos'è l'essere tuttavia sono, spontaneamente sono, così, senza averlo chiesto, senza meritarmelo, senza comprenderlo. Questo senso di essere è arrivato da solo, non so da dove, non so come, non so perché. Sempre lì, non è mai mutato. E' l'unico capitale che ho. E' l'unico problema che ho. 

Pubblicato in Sacro&Profano
Lunedì, 31 Gennaio 2011 18:48

Autostop

 

L’autostop è roba d’altri tempi eppure proprio ieri uno mi ha caricato in auto per duecento chilometri. Mentre guidava conduceva nel contempo una lezione dal titolo: “Tecniche d’emancipazione dai soprusi quotidiani”. La tesi dell’autista-filosofo enuncia che, pur giudicando la mitezza, la pazienza e la mitezza virtù, vi è una soglia del sopruso altrui che superata la quale è necessario reagire per mantenere integra la propria dignità. La lezione è proseguita con congrue indicazioni metodologiche riguardo la reazione di difesa, che deve essere consapevole, quindi cosciente e controllata, utilizzando però il medesimo vocabolario e modalità d’azione dell’aggressore. Quando in coda all’ufficio postale l’aggressore ci passa davanti, rapidi occorre riprendersi il posto, se quello emette latrato trivio, si risponde allo stesso modo ma con un pizzico di determinazione in più, se quello minaccia lo si colpisce rapidi in pieno viso e si vivrà felici.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Martedì, 04 Gennaio 2011 19:46

Kapo

 

 Testimonianze di sopravvissuti ai lager nazisti riferiscono di kapos che  colpivano senza motivo i prigionieri disposti in fila indiana. Botte da orbi all’improvviso, a vanvera: uno si quattro no, poi, dopo una pausa di dodici prigionieri, inopinatamente venivano colpiti altri tre in rapida successione. Samuel Beckett una notte fu accoltellato per strada da un clochard, dopo la convalescenza andò a trovarlo in prigione per chiedergli: “Perché l'hai fatto?” “Non lo so” rispose l’aggressore, proprio come quando il salto di corsia di un autoarticolato uccide a caso la giovane madre che passa, in quel preciso istante, proprio lì, quando transita sulla superstrada per andare al lavoro mentre ascolta il radiogiornale; se gli fosse caduto il tappo del dentifricio nel lavabo avrebbe perso quei trenta secondi che gli avrebbero salvato la vita, invece il tappo è rimasto al suo posto. Oppure un cancro che ci porta via il giovane amico; poteva portare via un altro invece  ha portato via proprio lui, così, a capocchia. Invece suo nonno, di quasi novant’anni di pessimo carattere, sta benissimo con i suoi tre by-pass e un carcinoma alla vescica che è guarito completamente, così, a capocchia, contro il parere dei sanitari che gli avevano sentenziato sei mesi di vita.Comunque diagnosi mediche preventive, meglio se precoci, prudenza ed osservanza del codice della strada e anche l’informarci sull’ aspettativa media di vita di quelli che abitano dalle nostre parti sembrano anestetizzare la presenza del kapo, anche se di fatto lui indifferente alla statistica, alle diagnosi precoci di malattia e anche all’osservanza del codice stradale è comunque lì, potenzialmente lì, sempre lì.Consapevoli dell’impossibilità di eliminarlo tentiamo almeno di razionalizzarlo, perché non esiste nulla di più scocciante di una dipartita cruenta, prematura, senza motivo, così, a capocchia.Ci vogliono le filosofie classiche, le metafore e anche le religioni per ammansirlo un po’, magari dandogli un nome: Moira, Destino, Fato; sempre pazzo e imprevedibile rimane il kapo ma almeno sappiamo come si chiama. Possiamo chiamarlo Karma: la sua legge di causa effetto rende più umano il dolore trasformando nullificazione e caso in esiti e risultati. Chiamiamolo Sfortuna, se siamo pigri, oppure Mistero se crediamo nel Dio italiano, quello buono e misericordioso, Lui probabilmente ci consentirà di interpretare l’assurdo e l’imperscrutabile come “coincidenze assolutamente singolari” e, a Suo dire, proficue.Forse meglio la noncuranza, può darsi che se ignorato il kapo non si accorgerà di noi. Chissà? 

Pubblicato in Filosofia di strada
Domenica, 02 Gennaio 2011 19:31

Radiografia

 

 Scruto una mia radiografia,  potrebbe essere quella di un cadavere si presenterebbe nello stesso modo; potrebbe essere quella di un altro, si presenterebbe nello stesso modo. Forse questo corpo non è mio, appartiene alla natura, alla religione dei cinque elementi. I corpi mio o di altri, vivi o morti, dentro sono tutti uguali. Quando il respiro cessa diventano oggetti. Forse anche questo respiro non è mio, è autonomo ed appartiene alla natura, alla religione dei cinque elementi. I corpi dentro sono tutti uguali, i respiri sono tutti uguali, qualcuno continua, qualcuno cessa, qualcuno inizia.  

Pubblicato in Filosofia di strada
Mercoledì, 29 Dicembre 2010 00:08

Liturgia

 

 Sul carrozzone della Chiesa cattolica romana si celebrano riti, tanto diversi tra loro, che sembrano appartenere a confessioni differenti: da una parte la messa delle chitarre scordate, omelia interminabile e Comunione con le mani; dall’altra quella in rito tridentino, in latino, con Comunione sulla lingua in ginocchio e donne con il capo coperto. Talvolta, a messa finita, le due fazioni si accapigliano in complesse diatribe liturgiche. Non rammentiamo che Gesù di Nazaret mostrasse interesse alcuno per la liturgia, se non per contestare formalismi e ipocrisie dei farisei. In effetti il problema più che divino è umano: la riforma liturgica conciliare degli anni ’60 ha coinciso con un progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa cattolica dei suoi praticanti. Le cause sono numerose e complesse, non sfuggirà tuttavia di constatare che numerosi praticanti cattolici non si sono allontanati dalla Chiesa per diventare atei e neppure agnostici, ma invece per abbracciare liturgie sacre ancora più precise, esigenti e vincolanti nel Buddhismo o nell’Induismo. Già Paolo VI, negli ultimi mesi del suo pontificato, si era reso conto che qualcosa non andava nel “modernismo” da Lui inizialmente favorito e da lì la simpatia per i conservatori è continuata nei pontefici succedutisi in quanto, dati alla mano, il conformarsi ai tempi, specialmente in ambito liturgico, ha inaspettatamente svuotato le chiese. Per un’istituzione eterna e divina, ma nel contempo storica e condotta da uomini, dovrà necessariamente essere curata la forma; su questa terra un valore senza forma non può esistere e anche se dovesse esistere non potrebbe, comunque, senza forma resistere: liturgie forti, precise, dettagliate, con sacerdoti curati negli abiti, che officiano con sobrietà non sono faccende di stile attinente al formale decoro, ma cruciali nella sostanza: se un valore senza una forma non esiste quando la liturgia è sciatta, debole, approssimativa non è più gesto che agisce, ma commemorazione inefficace, morta. Fin qui, dunque, comprensibile un’attenzione alla liturgia che curi con precisione il gesto nelle istituzioni religiose e nelle tradizioni sacre. Così pure nelle attività artistiche e anche sportive, in quanto ambiti che possono trarre pienezza di vita e di risultati da riti ben confezionati. Ciò che differenzia i conservatori della liturgia cattolica dagli esponenti delle altre liturgie non è la precisione e neppure la fedeltà alla tradizione e neanche la complessità dei riti o la fattura e preziosità degli arredi, ma che i non cattolici terminato il rito lo buttano nel posto che merita: la spazzatura. Liturgia come mero strumento, gioco circoscrittto che consente di raggiungere il massimo della consapevolezza, completezza, libertà, realizzazione e per alcuni anche euforia nel massimo della costrizione e disciplina formale. Quindi consapevole libertà dalle forme che apre al mondo, inclusiva mai elettiva. Invece, non di rado, i conservatori cattolici equivocano il significato con lo strumento per raggiungerlo; buttano il contenuto e tengono la confezione che diventa feticcio, idolatria, potere che giudica negativamente il diverso da loro, così attorniati da ostensori a raggiera, reliquiari e navicelle per incenso pontificano ieratici metafisiche idiote e politiche antievangeliche. Meglio la sciatteria.

Pubblicato in Sacro&Profano
Sabato, 25 Dicembre 2010 17:25

Quel minchione di babbo Natale

 

 M’informano che da lassù sta arrivando quaggiù il re del cielo e da nord  quel minchione di babbo Natale a portare giocattoli di plastica. Imprigionato al gruppo ingurgito quel che arriva nel piatto. M’informano che è amore. Non mi piace, ma rimango lì."Talvolta un uomo si alza da tavola a cenaEd esce e cammina, e continua a camminare,Perché da qualche parte a oriente sa di una chiesa.E i suoi figli pregano per lui, come se fosse morto.E un altro uomo, che muore nella sua casa,Nella sua casa rimane, dentro il tavolo e il bicchiere,Sicché i suoi figli devono andarsene nel mondo, lontano,Verso quella chiesa, che il padre ha dimenticato."Rainer Maria Rilke

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Martedì, 14 Dicembre 2010 10:44

Morale e moralismi

 

Fino all’altro ieri talvolta capitava che i cattolici praticanti erano giudicati moralisti, un automatismo concettuale, una specie di tic che scattava nei miscredenti quando un cattolico, magari conservatore, affrontava tematiche sessuali, o esprimeva giudizi contro i malfattori, oppure insofferenza all’incoerenza. Negli ultimi mesi la situazione è mutata: il tic dell’antimoralismo ha invasato proprio quei cattolici che n’erano vittime. Se stimolati in punti specifici: la pedofilia in ambienti cattolici e l’immoralità del Premier scattano rapidi come la rana di Galvani contro l’interlocutore per accusarlo di moralismo. Sono i cattolici neoconservatori berlusconiani, provate a parlare con uno di loro per averne immediata conferma e se non lo trovate ascoltate Maurizio Lupi quando gli ricordano l’incoerenza tra la dottrina cattolica di cui è paladino e il comportamento di Berlusconi. Lupi reagirà di scatto indulgente verso il capo e spietato contro gli interlocutori, che giudicherà moralisti e ipocriti. Com’è potuto accadere, in così breve tempo, uno scambio di ruoli tanto radicale? Perché tacciare di moralismo e ipocrisia, accusa odiosa, chi invita al pensiero logico e ad un minimo di coerenza? La motivazione è la difesa ad oltranza del leader e sappiamo che tale compito, se il capo è Berlusconi, è arduo. I conservatori del secolo scorso un qualcosa di divertente e anche di po’ logico avrebbero escogitato rispetto agli attuali, che invece vanno a prendere in prestito e a sproposito, il pensiero di Don Giussani per giustificare il capo. Proprio da lì arriva l’accusa di moralismo per chi attacca Berlusconi. Nel testo tratto da “Generare tracce nella storia del mondo” (Rizzoli) Don Giussani scrive:  “Solo Dio misura tutti i fattori dell'uomo che agisce e la sua misura è oltre ogni misura: si chiama misericordia, qualcosa per noi di ultimamente incomprensibile. Come l'uomo Gesù che ha detto di coloro che lo uccidevano: “Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno”: sull'infinitesimo margine della loro ignoranza Cristo costruiva la loro difesa. La nostra imitazione di Lui è nello spazio della misericordia. Per questo la moralità è una tensione di ripresa continua. Come un bambino che impara a camminare: cade dieci volte, ma tende a sua madre, si rialza e tende. Il male non ci ferma: possiamo cadere mille volte, ma il male non ci definisce, come invece definisce la mentalità mondana, per cui alla fine gli uomini giustificano quello che non riescono a non fare”.  Morale come tensione ideale invece che sudditanza a precetti. Si può essere d’accordo oppure dissentire perché il pensiero è chiaro, ma la forzatura di assimilare un bambino che cade e si rialza con un anziano signore che ostenta le sue avventure erotiche a pagamento, mentre presiede un governo che storta il naso alla proposta di  distribuire i preservativi nelle scuole per prevenire infezioni da HIV, è invece tutta da chiarire.  

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Venerdì, 10 Dicembre 2010 16:33

Non lasciate che i bambini vadano a loro

 

 Chiesa cattolica e abusi su minori Il Vescovo di Grosseto, Mons. Babini, dichiara alla stampa: "… Se mi fosse capitato un pedofilo non lo avrei denunciato, ma cercato di redimere. Un padre come é il Vescovo per un sacerdote, non denuncia i figli che sbagliano e si pentono. Ma con i viziosi [gli omosessuali N.d.a.] bisogna essere intransigenti". Pedofili assolti, omosessuali condannati. Augusto Cavadi, filosofo e teologo palermitano, legge e non può tacere perché avverte che ogni omissione di parola equivarrebbe a complicità, così procrastina gli impegni presi per iniziare la scrittura del libro “Non lasciate che i bambini vadano a loro” con sottotitolo “Chiesa cattolica e abusi su minori”, oggi in libreria edito da Falzea. Lo scrive su due registri, che si compenetrano: quello del saggio-inchiesta, dove partendo dai fatti accaduti e dai documenti ecclesiali espone il problema e quello filosofico, teologico-ecclesiologico dove con lucidità enuclea “qual è, esattamente, il problema”. Una prima lettura d’un fiato ci condurrà pertanto ad una “ruminazione” post lettura; il boccone è amaro e Vito Mancuso, che scrive la premessa, denuncia la causa: “La peculiarità dello scandalo non è tanto la pedofilia di preti e Vescovi, quanto l’insabbiamento da parte delle gerarchie”.Cavadi spiega nello specifico i motivi di fondo, le problematiche strutturali e gli automatismi concettuali, che hanno portato, troppo spesso, gran parte della gerarchia ecclesiastica a bypassare con assoluta disinvoltura quanto realmente accaduto, in nome di una autorità umano-divina che giudica e interpreta autoreferenzialmente la triste realtà degli abusi in ambito ecclesiale: i panni sporchi si lavano in casa e la faccenda finisce lì, anestetizzata da pentimenti tardivi, coperta da ipocrisie sistematiche, omissioni, insabbiamenti, reticenze, connivenze e complicità: peccato da perdonare invece che reato da sanzionare. Qui individua i meccanismi strutturali che all’interno della Chiesa cattolica prima favoriscono poi coprono deviazioni individuali e collettive: obbedienze inevitabili, confessioni private, processi formativi dei presbiteri, sacralità separata, dualismi gerarchici e la relazione sesso-potere. L’Autore non solo spiega esaurientemente il perché e il come sia potuto accadere che minori siano stati abusati in ambienti cattolici, luoghi deputati alla cura dei bambini, ma offre indicazioni e proposte operative perché non abbia ad accadere in futuro. Libro da leggere ed approfondire per non fermarsi ad una denuncia ideologica, generica, intermittente, superficiale.Non lasciate che i bambini vadano a loroChiesa cattolica e abusi su minoriAugusto Cavadi€ 11,90 Editore Falzea

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