BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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admin

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Giovedì, 13 Febbraio 2025 14:26

Cosa si prova a essere un pipistrello?*

L’immediato constatare di non sapere ci spinge a indagare, indaga oggi, indaga domani, si conoscono tante cose mentre altre ci restano sconosciute[1], così dopo una vita trascorsa a imparare e conoscere si raggiunge la meta di un consapevole e informato sapere di non sapere. Conscio e informato, per questo ben diverso dal non sapere di partenza. Questa consapevolezza è uno stato strano che può annichilirci se ci abbarbichiamo a noi stessi, però staccandoci un po’ da noi questo conscio non sapere può generare una conoscenza potente e una libertà inedita, il socratico sapere di non sapere apre a certezze che non sappiamo concettualizzare e dire eppure sentiamo. Forse perché c’è una parte di noi che sa ma non rivela, come quando, lì per lì, ci dimentichiamo un nome ma sappiamo d’avercelo dentro, o forse questo non sapere ci rassicura perché ci emancipa dalla condizione e dalla portata dei Sapiens, con le loro limitate esperienze soggettive e i loro esigui codici del sapere e del non sapere[2].

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*Il titolo l’ho preso in prestito da Thomas Nagel.

1 Che sono poi le cose fondamentali: “Perché esiste qualcosa invece di nulla?”; la realtà è davvero come la percepiamo? Viviamo in una simulazione? Esiste una realtà oggettiva o tutto è filtrato dalla nostra mente? Cosa significa essere coscienti? Come può la materia (il cervello) dare origine a pensiero e coscienza? La coscienza è solo un'illusione o un fenomeno reale? Abbiamo veramente il libero arbitrio? Esiste un significato oggettivo della vita? La vita ha un senso intrinseco o siamo noi a dovergliene dare uno? Esiste Dio o un qualcosa che gli somiglia? Cosa accade dopo la morte? La coscienza sopravvive in qualche forma o si spegne completamente? I numeri e le leggi matematiche esistono indipendentemente da noi? La moralità è oggettiva o soggettiva? E le tante rimanenti domande.

2 Che si prova a essere un pipistrello? E a essere un Sapiens? Il pipistrello sa il mondo eco-localizzandolo noi concependolo, sapere parziale quello del pipistrello, sapere parziale il nostro. 

Lunedì, 10 Febbraio 2025 15:54

Uno e triplice

Il monaco erborista è tipo enigmatico e sfuggente, fra Dio, Io e Natura non si capisce in che direzione si muova, la verità è che neppure lui sa da che parte andare.

Da giovane tutto gli era chiaro: il Creatore aveva fatto lui e la natura e le piante medicinali erano la farmacia del Signore, ma senti il fetore diabolico di una pianta velenosa oggi, ingurgita l’alcaloide di una pianta psicotropa domani, di quelle buone, di quelle che in un sol colpo azzerano Io e Dio, ha fatto esperienza che la natura sta in piedi per forza sua, che Dio è una invenzione dell’Io, e che l’Io è qualcosa di nebuloso e impermanente.

Ancora pensa a un continuo correlarsi di Dio, Io e Natura, ma nell’esperienza plastica del trasformare piante officinali, sperimenta invece l’incessante autoperpetuarsi del sommo funzionamento naturale, che tutto fa e incorpora.

  

Mercoledì, 05 Febbraio 2025 09:13

Grandangolo

Questa mattina gli è venuto di vedere lui e il mondo sub specie aeternitatis, sotto l'aspetto dell'eternità. I problemi erano ancora tutti lì, eppure in qualche modo redenti. Questione di punto di vista, d’angolo, di profondità di campo.

 

Sabato, 01 Febbraio 2025 09:56

Quasi creature d’altra specie

Ho chiesto all’infermiera di farmi le iniezioni, finito il turno in ospedale fa sette chilometri per raggiungermi e me le fa, manco mi conosce bene ma viene a gratis, le viene da fare così nessuno sa perché. Son quelle così[1] che, nonostante i disastri, fanno andare avanti il mondo[2].

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1 “Quasi creature d’altra specie” (Leopardi, Pensieri).

2 Forse addirittura, performanti come un dio creatore, producono mondi, come se ontologia e metafisica fossero conseguenza dell’etica e non viceversa.

 

Giovedì, 23 Gennaio 2025 19:56

Mistica del Rock

L’altra sera a distanza ravvicinata da un chitarrista e un batterista in azione, all’improvviso ho visto a cosa “serve” il rock. Serve ad auto trascendersi.

Il pezzo è il mezzo, dinamica e ritmo il passo, Eros la via e i picchi orgasmici tappe del percorso, ma la meta è oltrepassare i limiti personali per fondersi in qualcosa di più grande.

Forse dentro di noi c’è qualcosa, o qualcuno, che sta un po’ stretto nel supporto perituro corporeo e necessita d’uscire -estasi: ex-stasis: “essere fuori”-, o forse consapevoli che non ci siamo fatti da soli vogliamo andare oltre noi stessi, per vedere come e dove è cominciato tutto.

Martedì, 21 Gennaio 2025 21:33

Rapporto problematico

il rapporto problematico fra la nostra capacità di percepire il mondo e la sua realtà, attraversa l’intera filosofia moderna. Rapporto problematico perché, come osservava Kant, per comprendere la realtà adoperiamo i nostri limitati percepire e pensare, con l’insanabile conseguenza che invece di vivere il mondo per ciò che è, lo viviamo come oggetto di una nostra rappresentazione. Dualismo fra il personale pensiero e la realtà del mondo, fra la cosa come (ci) appare e la cosa in sé, che consapevoli dei nostri limiti umani si sarebbe potuto accettare serenamente e chiuderla lì[1], ma che invece una certa filosofia ha cercato di superare in tutti i modi.

Fichte, Schelling e Hegel sono stati i filosofi più inventivi[2] nel cercare soluzioni al dualismo kantiano che ci separa dal mondo. Essi si chiedono: se tutto ciò che conosciamo è mediato dalla nostra mente, ha senso postulare una "cosa in sé" irriducibile alla nostra esperienza? Questo li porta a una revisione radicale della posizione kantiana. Fichte elimina la distinzione tra fenomeno e noumeno e afferma che tutta la realtà è il prodotto dell’attività del soggetto; Schelling sviluppa ulteriormente l’idea di Fichte, sostenendo che vi sia un’identità originaria tra soggetto e oggetto, tra spirito e natura; con Hegel, l’idealismo raggiunge il suo culmine: egli concepisce la realtà come un processo dialettico in cui lo spirito si sviluppa attraverso contraddizioni e sintesi fino a raggiungere l’autocoscienza assoluta. In Hegel, la coscienza non solo conosce la realtà, ma la “crea” attraverso il suo movimento storico e logico.

Filosofie difficili da comprendere che diventano del tutto incomprensibili se si interpretano i termini di “Io” di “Soggetto” e di “coscienza” che utilizzano, come sinonimi dell’io personale. Grazie a una dritta di Augusto Cavadi ho trovato un approccio più semplice e chiaro per comprendere l’idealismo, interpretando questi “Io”, “Soggetto”, “Coscienza" come termini che esprimono un principio assoluto e universale piuttosto che personale, principio che funge sia da fondamento della realtà del mondo che dell’umano pensiero. Un approcciarsi all’"Io" di Fichte, all’Assoluto di Schelling, al Soggetto di Hegel, vedendoli come qualcosa che somiglia al Dio dei panteismi, sostanza universale esistente in sé e per sé che tutto pervade e unifica, e tutto diventa più chiaro.

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1 E’ pur vero che da un punto di vista teorico il gap fra realtà oggettiva e personale, potrebbe essere condizione che ci porta a sbattere in ogni momento da tutte le parti. Però c’è da annotare che mentre i filosofi dell’idealismo s’inventano di tutto e di più per superare il dualismo fra noi e il mondo, la gente normale non va a sbattere in ogni momento e da tutte le parti come previsto, ma solo di tanto in tanto, giusto qualche volta qui, qualche volta là, indizio che le loro interpretazioni del mondo non sono poi così difformi dal mondo reale. Persone semplici, consapevoli che non è il mondo a stare dentro di loro, ma che sono loro a essere dentro nel mondo che li precede e che sta in piedi per conto suo, questo gli basta per funzionare.

2 Inventivi, come intendeva Gilles Deleuze: “È molto semplice: la filosofia è una disciplina che crea e inventa come le altre. Crea o inventa concetti. E i concetti non sono già belli e fatti in una specie di cielo dove aspettano che il filosofo li afferri. I concetti bisogna fabbricarli. Certo, non si fabbricano così. Non è che un bel giorno ci si dica “Ecco, ora invento questo concetto!”. Proprio come nessun pittore un bel giorno si dice: “Ecco, ora faccio un quadro così”! o un regista: “Ecco, ora faccio questo film!”. Ci vuole una necessità, in filosofia come altrove, altrimenti non c’è proprio niente. Uno che crea non lavora per suo piacere. Uno che crea fa solo ciò di cui ha assolutamente bisogno”.

Lunedì, 13 Gennaio 2025 18:07

In terza persona

Ma com’è che anche se il corpo muta e cambiamo di continuo posti, idee, ruoli, emozioni e sentimenti, rimaniamo comunque noi stessi? Si vede che l’io è un qualcosa di non riducibile al corpo, neppure alla mente e alle emozioni.

Questa identità che precede il nostro pensare, sentire e fare, qualcuno la chiama “sé”[1]; in effetti non è male percepirsi in terza persona, ci si guarda di meno l’ombelico e si diventa più vasti e eterni. Essere in terza persona è un bel modo per staccarci da noi stessi evitando, però, derive nichilistiche.

Verosimile che sia proprio questa natura duale, costituita da ego e sé, a permetterci d’auto-osservarci e riflettere: per essere consapevoli di noi stessi bisogna sdoppiarsi, se fossimo un tutt’uno mica potremmo guardarci dall’esterno, non è escluso sia proprio il sé a renderci consapevoli di essere. Forse è anche il regista che assembla e unifica il molteplice dando un senso alle nostre rappresentazioni del caos.

Potrebbe darsi che Sisifo non avesse sé: in fin dei conti anche senza “fare” il semplice "essere" ha valore intrinseco; il primo significato della vita non è quello di pedalare ma d’essere presenti a noi stessi e agli altri; stare nel presente, consapevolmente, è un obiettivo in sé. Sicuramente ego e sé sono intrecciati, possibile che più uno si allarga più l’altro si stringe, così i cretini hanno l’ego espanso e il sé contratto, viceversa i saggi.

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1 Dalle filosofie orientali alla Psicosintesi di Assaggioli, a volte lo scrivono in minuscolo altre in maiuscolo.

 

Sabato, 04 Gennaio 2025 18:42

Naufragar m’è dolce

Da bambino i laghi lombardi con dietro le montagne mi procuravano mestizia e insieme piacere. Perché quello strano mix?

Ripensandoci la mestizia era data dalla sensazione che quel paesaggio affermasse: ero prima di te, continuerò dopo indifferente a te. Il piacere dal constatare che proprio quella solenne indifferenza era all’istante salvifica non appena mi staccavo un po’ da me: era come se quella stabile e bella imponenza attestasse: io sono, l’io te lo sei inventato, e mi assorbisse a sé.

Domenica, 29 Dicembre 2024 15:33

Compresenti, simultanei, opposti

Ce ne sono al mondo di situazioni controintuitive ma che le batte tutte è il nostro esistere, contraddistinto dal desiderio di vivere a oltranza costruendo al meglio cose stabili e durature, nella consapevolezza della nostra fine, della fine di tutti gli altri e dell’impermanenza di ogni cosa. Un bel problema.

Filosofie, religioni e psicologie avrebbero dovuto elaborare percorsi che ci aiutassero a familiarizzare con questi opposti che si compenetrano, considerandoli processi inseparabili che si alimentano reciprocamente, hanno invece preferito interpretarli contrapposti e antitetici, non perché lo siano, ma per conformarli al funzionamento della nostra mente binaria che capisce al volo la circolazione a targhe alterne e aut aut del genere.

Quante gloriose e nobili tradizioni di pensiero poggiano su questa abusiva forzatura, che piega la complessa interconnessione del mondo al nostro dualismo concettuale?[1]

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1 L’elenco sarebbe lungo, non mancano però percorsi che non fuggono dall’incomprensibile, percorsi che favoriscono una visione integrata che coglie l'interconnessione e la compenetrazione degli opposti: da Eraclito al Taoismo, dalla Psicologia del profondo alla Scienza delle complessità, da aspetti della filosofia di Spinoza e anche di Nietzsche all’opposizione polare di Romano Guardini… Per citarne alla rinfusa qualcuno.

 

Domenica, 22 Dicembre 2024 22:08

I mangiatori di patate

Mangiamo una banana e l’energia che ha dentro migra nel cuore, lo fa pulsare e viviamo. “Questo corpo è il prodotto del cibo […] vive a causa del cibo e muore se ne è privo” sentenzia il Vivekacudamani, antico trattato filosofico-spirituale indiano, niente di che, già lo sapevamo che chi non mangia muore.

Però la cosa diventa interessante se consideriamo il trasferirsi dell’energia che, presente nei cibi, migra nei nostri cervelli producendo pensiero. Concezioni orientali colgono in questo processo una sorta di preesistere del pensiero nel cibo, uno strano tipo di calorie che invece di far muovere muscoli produce pensiero e vita che chiamano prana. Pan-pensiero che abita i cibi che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, niente di trascendente, niente di soprannaturale.

In questa spiritualità immanente, in questa religione dei quattro elementi il "Cogito, ergo sum" si dovrebbe ridimensionare non poco, giacché il pensiero non è peculiarità esclusiva dell’individuo ma evento che tutto pervade, però anche se la biochimica ci dice, in accordo con le concezioni orientali, che lo zucchero si trasforma in pensiero ci risulta difficile accettarlo, perché abituati a collocare il pensiero nel mondo delle idee in una dimensione altra e alta, trascendente, in un  iperuranio accessibile solo alle anime personali. Qualche buona ragione ce l’abbiamo, mica è facile scorgere pensieri del tipo “Fatti non foste a viver come bruti...” abitare, in nuce, in una patata lessa.

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