Il caso Bell
Ci aveva già provato Nietzsche all’esperimento estetico-politico di proporre la musica di Wagner per emancipare l’umanità dall’ipnosi della razionalità. Una botta di arte, di fuoco, di tragedia, per redimere dalle decadenti letture convenzionali che interpretano il mondo. Non aveva funzionato e Nietzsche ci aveva ripensato.
Il "Washington Post" 135 anni dopo incurante dell’insuccesso di Nietzsche e dell’avvertimento di Charles Bukowski: «Secoli di poesia e siamo sempre al punto di partenza», ci aveva riprovato con Joshua Bell - uno dei più grandi violinisti del mondo - invitandolo a suonare in una stazione della metropolitana di Washington travestito da musicista di strada. I pendolari che si recavano al lavoro avrebbero riconosciuto all’istante, lì in un angolo del metrò, il Dioniso apparso per redimerli?
Bell aveva aperto con la Ciaccona di Bach, che l’esecutore giudica «una delle più grandi opere [non solo musicali ma in assoluto] compiute dalla storia dell'uomo». Dopo aver suonato per tre quarti d’ora delle mille persone transitate a distanza ravvicinata, dal presupposto Eccelso, meno di dieci avevano manifestato un qualche interesse.
Il giudizio di valore che interpreta i mille del metrò di Washington folla massificata ad eccezione dei dieci giusti che, in stile biblico, salvano la faccia agli altri novecentonovanta mi lascia perplesso. Insidioso giudicare male soggetti che ignorano Bach per arrivare in orario al lavoro. Se l’arte non si impone da sé, se fuori da liturgie autoreferenziali annichilisce, se senza propaganda collassa, se non serve a un cazzo, è problema suo.
L'Insaziabile
Francesco Belsito, Lega Nord. Luigi Lusi, Margherita. Franco Fiorito, Pdl. L'identikit dei tre coincide preciso: "Tesoriere indagato per appropriamento indebito dalle casse del proprio partito." Altra storia quella di Pierangelo Daccò condannato, in primo grado, a dieci anni di reclusione per il dissesto finanziario della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor. Secondo l'accusa avrebbe occultato all'estero fondi neri derivanti da prestazioni sovrafatturate. Daccò, a differenza dei tre tesorieri, lo troviamo impegnato ad imprendere prima di prendere, eppure è a loro accomunato non tanto dall'ipotesi di avere sottratto a terzi denaro - evento di per sé prevedibile e dozzinale - ma, se le accuse saranno confermate, dalla spropositata misura dell'appropriamento, tanto abnorme da espandersi rapida dal codice penale a ben altre sfere di indagine: sociologiche, filosofiche e finanche psicoanalitiche.
Impossessarsi disinvoltamente di cento, di mille, di centomila e anche di un milione di euro è misura compatibile e congrua al "sano" ladro edonista, se superasse tale soglia non avrebbe tempo, né dimensioni, né strumenti, né possibilità reali, per onorare la sua concezione etica che identifica il bene col piacere: quando l'ammanco è di decine di milioni di euro e il ladro non ha da costruire un ponte sul Po sono guai. Quasi impossibile che riesca a goderne personalmente appieno.
Massimo Recalcati, psicoanalista, riferendosi alle patologie alimentari - e qui è proprio di bulimia che stiamo dicendo - diagnostica estrema solitudine: «La potenza simbolica del grande Altro si è irreversibilmente fragilizzata e il nostro tempo è il tempo, come scriveva già Adorno in Minima Moralia, del godimento monadico, ovvero di una esasperazione autistica dell'individuo che esclude la dimensione transindividuale del soggetto».
Il ladro che tutti i giorni ruba molti più polli di quanti gliene possono stare nello stomaco assomiglia, dunque, a un asceta-eremita perverso; a differenza dell'edonista che incontra soddisfazione godendo in presa diretta dei beni dei quali si è impossessato, lui obbedisce ossessivo a una forza intima irrazionale, misteriosa, immensa, insaziabile. Il raggiungimento della meta gli è impossibile, invece la fatica dell'incrementare ad oltranza il patrimonio occultandolo è per lui onnipresente e tiranna, così invece di sazietà soddisfatta è devastato da fame e angoscia. Sanzionato per direttissima a pene di solitudine e povertà con sentenza promulgata da sé stesso, già esecutiva al compimento del reato. E dopo tanta sofferenza infieriscono sbattendolo in prigione. E' ingiusto.
Masochismo
Quel pomeriggio doveva potare il pesco dietro casa, poi andare tre ore dal cognato per aiutarlo a tinteggiare il soggiorno ricompensato con 50 euro. Doveva anche leggere un libro di Bauman, lì mai aperto sul comodino da tre mesi, invece è andato in piazza e si è messo addosso un cartello con scritto sopra:
“ESODATO”
lì ha trasformato il personale desiderio di liberazione in repressione reale.
Analogia, che carogna
Il processo analogico in teologia permette ampia discrezionalità di interpretazione e giudizio, se un termometro a mercurio dalla fisica passasse alla teologia potrebbe venire interpretato diverso ma nel contempo anche uguale (rappresentante, vicario, un po’ della stessa sostanza) alla temperatura con la quale è in relazione. In questo “un po’ uguale anche se un po’ diverso, assolutamente uguale anche se assolutamente differente”, si esprime la lingua biforcuta del processo analogico teologico.
Diceva un filosofo arabo che l’analogia «è come una carogna: quando non vi è nient’altro, la si deve mangiare». Non si riferiva a bilance, orologi e termometri analogici che misurano i corrispettivi enti di peso, tempo e temperatura infischiandosene di rappresentarli. Non considerava neppure l’utilizzo del procedimento analogico nel diritto e nella filosofia, metafisica compresa. E’ la teologia, o meglio una certa teologia, che aveva in mente. E’ proprio nel tentativo di rapportare Dio all’uomo, e viceversa, che l’analogia può diventare carogna, con conseguenze peggiori da quelle derivanti dal linguaggio politichese capace d’inventarsi “convergenze parallele” e simili paradossi che pretendono dire qualsiasi cosa, su qualsiasi cosa, senza mai dire niente.
E’ una lunga storia quella dell’analogia in teologia. Non era iniziata male. Nel secolo XI, all'inizio della scolastica, il Dio trascendente era percepito inesprimibile, ineffabile. S. Tommaso preoccupato da tanta lontananza costruì ponti, cogliendo tra causa (Iddio creatore) ed effetto (l’uomo) un preciso nesso di somiglianza. Il Creatore pur trascendendo il creato si rispecchiava così nel suo prodotto e la creatura era, finalmente, autorizzata a dire la sua sul, e del, Creatore. Mica di Lui poteva dire proprio tutto, senza deragliare doveva percorrere due vie precise: affermare come attributi di Dio le cose buone e perfette che la creatura scorgeva in sé; e/o negare al Creatore ogni imperfezione e malvagità che si fosse ritrovata dentro, giudicandola - nel caso - solo e sempre suo personalissimo prodotto. Somiglianza, dunque, tra Creatore e creatura non univoca ma approssimativa, quindi analogica.
Nella storia della Chiesa l’ambiguità del procedimento analogico ha raggiunto l’acme quando adottato a sostegno e giustificazione del Magistero ecclesiale cattolico come espressione della presenza di Dio nella storia al quale di deve obbedienza assoluta.
Come giustificare il nesso Dio-Magistero?
Il Papà è Dio? Non esageriamo. Detta così sarebbe un antropomorfismo del sommo Ente comica per la stessa teologia;
il Papa non è Dio? Roba da agnostici e miscredenti,
ma la dottrina cristiana dell'analogia riesce a sistemare per bene la faccenda. Il Papa e con lui ogni autorità ecclesiastica, diventano per i subalterni figure non univoche, ma neppure equivoche con l’ineffabile Altissimo. Marassi palustri, forse salamandre, anfibi terro-celesti con una zampa nella finitudine e l’altra nell’eterno, che consentono al Creatore atemporale e ineffabile di manifestarsi nel mondo e parlare alla storia, connettendosi ai mortali attraverso i su esposti intermediari.
Che fatica per il Magistero e ogni autorità della Chiesa cattolica. Potrebbero anche fare a meno dei miracoli dell’analogia proponendosi per gli uomini che sono, come faceva quello là di Nazareth. Perché complicarsi l’esistenza? Meglio uomo che anfibio.
Edifici di Culto
Puglia. Chiesa, esterno.
Puglia. Resort 5 stelle, interno.
Quello strano strano quid
Il webmaster che implementa un E-commerce di scarpe è un po’ filosofo: dà nome alle cose e le rappresenta attraverso immagini, analizza il rapporto tra segno e significato, ordina i nomi in vocabolari per sistematizzarli in categorie che organizza in gerarchie correlate. Professionista informatico e - a modo suo - anche filosofo del linguaggio e un po' ontologo.
Il webmaster, oltre all’E-commerce di scarpe, potrebbe anche implementare un sistema capace di mappare tutta la storia della filosofia, in grado di analizzare, relazionare e comparare le differenti filosofie, rendicontando l’evoluzione storica di ogni branca, i punti di contatto, le sovrapposizioni, complementarità e sinergie, opposizioni. Opera ciclopica sistematizzare le idee e teorie dello scibile filosofico, forse più complessa della mappatura del Progetto Genoma Umano comunque, con qualche ora di straordinario, praticabile.
Al webmaster risulterebbe agevole, al pari delle scarpe, mappare dottrine e catechismi, in difficoltà nel censire e sviluppare pensatori eclettici, ma inserendo sillogismi congrui potrebbe anche farcela. Già che c’è potrebbe elaborare algoritmi in grado di svelarci eventuali autocritiche, revisioni e sviluppi della filosofia di Kant, simulando il protrarsi dell’esistenza del filosofo oltre i cento anni dalla sua data di morte. Perché il sito sia perfetto bisognerebbe chiedere al webmaster di sbattere dentro alla biografia di ogni filosofo un bell’algoritmo del pensiero di Freud, giusto per conoscere se, quanto e come, l’infanzia di Schopenhauer abbia contribuito alla elaborazione della sua filosofia.
Invece non si può ed è meglio così.
Tutta colpa di quel quid strano, audace, unico, originale, libero, sempre inedito anche se noto, detto pensiero.
Taci e impara
All’inizio dell’anno accademico il docente d’antropologia filosofica aveva illustrato il programma alle matricole:
«Non sono qui a filosofeggiare sull’uomo, ma per procedere ad un’ampia ricognizione della storia della filosofia in relazione allo sviluppo delle scienze sociali…»
Tutto chiaro e lo studente obbedisce diligente:
1 non pensa;
2 legge il testo di riferimento;
3 ripete a memoria quanto legge;
i tre passi del filosofo perfetto.
Arriva il giorno d’esame e il professore gli chiede a freddo:
«Cos’è un’idea?»
Lo studente si confonde, spiazzato avverte un senso di vuoto e non risponde. Il giorno dopo medita sulla personale défaillance e comprende che la risposta giusta sarebbe stata replicare:
«Professore, intende idea per il pensiero di Platone, Parmenide, Aristotele o per i contemporanei?»
Lì, il bravo ragazzo, avrebbe dato risposta tempestiva e congrua, invece la domanda del professore lo aveva portato a cercare in presa diretta l’“Ente Idea”, proprio come fanno i filosofi. Attrezzato di nozioni ma sfornito di strumenti e pensiero per inoltrarsi in quei territori complessi e insidiosi e, ancor di più, non sentendosi autorizzato a dire la sua in quanto severamente vietato dal mondo accademico, si era impaludato nel regno dell’indicibile.
Siccome è tutto vero, urge analizzare le seguenti ipotesi per individuare e risolvere il problema.
A. Il docente in oggetto è un sadico perverso;
B. Lo studente in oggetto è un idiota;
C. Forse c'è qualcosa che non va nelle università italiane.